© Yuri Sfratti, 2024
Mi chiamo Yuri, ma potevo chiamarmi Gilles, sebbene in lizza vi fossero altri nominativi ad ambire di presenziare sui documenti.
Cresco e passo la maggior parte della mia vita a Casarza Ligure, il cui aggettivo regionale venne inserito per differenziarla dall'assonante Casarsa della delizia, di pasoliniana memoria, che comunque viene resa graficamente e foneticamente in maniera totalmente diversa.
Non amo parlare molto di me e forse nemmeno ne possiedo le capacità, oppure più prosaicamente non vi è molto da dire: è probabilmente per questo motivo che lascio che sia la scrittura a parlare per me ed io tramite ella.
Credo di aver sempre amato parimenti la lettura e la scrittura: da bambino aspiravo a diventare giornalista, insieme ad altre aspirazioni più rocambolesche e dedite all'avventura, ma non disdegnavo l'idea di assurgere a creatore di cartoni animati, quindi, inventare o almeno narrare storie con la mia voce e attraverso la mia soggettività.
Ho cercato nel corso del tempo di trovare una tonalità che mi appartenesse; non saprei dire se l'ho trovata o meno, talvolta mi viene da credere che vada solamente cercata, tanto che le discordanze al suo interno possano rappresentare un valore aggiunto e il vero humus nel quale nasce e si sviluppa la Bellezza.
Il potpourri di tutti gli elementi, le visioni e le sensazioni di una vita, si sono amalgamati ed elaborati in maniera naturale ed armonica, mostrandomi la strada da seguire, a quella strada -che è sempre esistita- è stato dato un nome e quel nominativo è Rua dos bardos.
Rua dos bardos è la voce tramite poter raggiungere l'intonazione perfetta ed i verbi giusti con i quali intraprendere l'azione del narrare e del mostrare al prossimo.
Nel percorso di Rua dos bardos vi è ogni cosa mai vissuta, pensata od immaginata: i treni presi, quelli persi, le strade di paese, i sampietrini della Caput Mundi, i borghi immutati, le eternamente verdi campagne al pari del biancore della neve perenne, l'incanto della prolissità che trasporta, le generazioni passate e trapassate ma ricordate, la forza evocatrice della musica, l'ampio riverbero del Sole nel suo luccicare, i vortici di Luna in serate magiche, le poesie di Jacques Prévert che mi tennero a battesimo nell'incanto dei miei undici anni e mezzo, locali nascosti e che apparentemente non hanno orario di chiusura, botteghe storiche, piccoli empori vetusti, amici di passaggio ma impossibili da dimenticare, fame di vento, passioni mai sopite e tutto quanto non ancora detto e né steso su carta.
Tutto è presente in questa strada ora moderna e ora vissuta d'antico, così che a chi legge non resta che lasciarsi trasportare dalle parole e dal loro operato alchemico, affinché il fascino dell'evocazione possa entrare in loro.
( Yuri Sfratti )

"Mi piace definire il mio genere di scrittura come progressive. Perché addossare il nome di un genere musicale ad uno letterario? Il motivo è semplice: per via dell'eterogeneità e la somiglianza d'intenti.
Tanti anni fa mi trovai ad un concerto dei Delirium, storica band italiana di rock progressivo ed il batterista Pino Di Santo diede una spiegazione su cosa fosse per lui il progressive; portò ad esempio l'ornitorinco, quale animale apparentemente strambo nella forma ed unico nel suo genere (la natura sa essere progressive alle volte!), ma l'esempio più calzante fu quello del cocktail: il progressive è come un cocktail, possiamo riempire il bicchiere di tutti i succhi e le bevande che più ci aggradano, ma se in questo beverone ci sta bene una vite, ben venga che ci sia anch'essa! Non ricordo con precisione quali precise parole utilizzò il musicista, ma il concetto ricalca alla precisione l'indirizzo che voglio dare alle mie storie e alla mia arte narrativa."

Yuri Sfratti